Armatore, il sapore di Cetara incontra il mondo
Armatore nasce da una storia di famiglia che attraversa quattro generazioni e affonda le proprie radici a Cetara, in Costiera Amalfitana. Specializzata nella pesca pelagica dal 1973, l’azienda porta nel mondo le alici, la colatura di alici e il pregiato tonno rosso del Mediterraneo, custodendo i saperi della tradizione e aprendoli a nuove interpretazioni gastronomiche. Food Sponsor del Festival della Cucina Italiana in Svizzera, Armatore contribuirà alle serate della manifestazione fornendo alici e colatura di alici, ingredienti simbolo della tradizione cetarese e della cultura gastronomica campana. Una presenza che valorizza il legame tra territorio, identità produttiva e alta cucina, portando sulle tavole svizzere prodotti che esprimono la storia e la qualità della lavorazione artigianale.
A guidare questo percorso sono il legame con il territorio, l’attenzione alla materia prima e il rispetto per il mare e per le persone che lo vivono. Ne parliamo con Andrea Perotti, export manager di Armatore.
Cosa vuol dire per voi pesca sostenibile?
«Per noi significa prima di tutto rispetto: per il mare, per i suoi tempi e per le persone che ne traggono sostentamento. È una responsabilità che comincia dalla pesca, attraverso l’utilizzo di reti a circuizione, il rispetto dei periodi e delle quote di cattura e l’attenzione alla selettività, per limitare le catture accidentali e preservare i fondali. Questo impegno prosegue a terra, nella lavorazione, nella riduzione degli sprechi e nella scelta dei materiali di confezionamento. Ma c’è anche una dimensione umana: a Cetara la pesca è un mestiere che unisce generazioni e sostiene una comunità. Proteggere il mare significa permettere a questa storia di continuare, conservando le risorse e i saperi che la rendono possibile».
La tradizione di famiglia vi porta, nonostante vi siano a monte ruoli prestabiliti, ogni giorno a mettervi in gioco e a vivere esperienze sempre diverse. Quanto arricchisce voi e l’azienda questo vostro essere estremamente “trasversali”?
«Ci arricchisce molto, perché ci permette di avere una visione condivisa del prodotto e del lavoro che c’è dietro. I ruoli sono importanti, ma lo è altrettanto conoscere ciò che accade prima e dopo il proprio ambito di competenza: dalla pesca alla lavorazione, fino alla cucina di un ristorante o all’incontro con un distributore all’estero. Nel mio lavoro di export manager, questa vicinanza è fondamentale. Quando presento un prodotto, posso raccontare le persone, le scelte e il territorio da cui nasce. Allo stesso tempo, il confronto con mercati e professionisti diversi ci restituisce stimoli utili per crescere. La trasversalità crea proprio questo scambio: rende più consapevole chi rappresenta l’azienda fuori e porta nuove prospettive al suo interno».
Veniamo alla partecipazione al Festival della Cucina Italiana in programma in Svizzera: come vi approcciate a questa rassegna che punta a valorizzare il Made in Italy a tavola lontano dai nostri territori?
«Ci avviciniamo al Festival con il desiderio di portare un pezzo di Cetara e di farlo conoscere attraverso l’assaggio e il racconto. All’estero, valorizzare il Made in Italy richiede anche di spiegare che cosa rende riconoscibile un prodotto: la provenienza, la lavorazione, il tempo necessario per realizzarlo e la cultura gastronomica a cui appartiene. Penso, per esempio, alla colatura di alici: poche gocce racchiudono una tradizione secolare, ma possono diventare un ingrediente interessante anche per chi non la conosce ancora. Manifestazioni come questa ci permettono di creare un incontro diretto tra produttori, professionisti e pubblico. È da quella curiosità, spesso nata davanti a un piatto, che possono svilupparsi relazioni durature».
Il Festival è basato su un costante lavoro sinergico tra chef e pizzaioli: quanto questa formula può esaltare le caratteristiche dei vostri prodotti?
«Moltissimo, perché chef e pizzaioli lavorano con sensibilità e tecniche diverse, capaci di far emergere sfumature differenti della stessa materia prima. Un’alice può dare profondità a una salsa oppure diventare protagonista su una pizza; la colatura può completare un piatto con poche gocce; il tonno rosso e la bottarga possono trovare espressioni molto diverse a seconda degli abbinamenti. Per noi produttori questo confronto è prezioso: conosciamo il prodotto nella sua origine e nella sua lavorazione, mentre chi cucina ne esplora le possibilità. La formula del Festival permette al pubblico di scoprirne la versatilità e a noi di guardarlo anche attraverso gli occhi di chi lo interpreta. È uno scambio che alimenta nuove idee, mantenendo riconoscibile l’identità della materia prima».



